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La Pec è una trappola, la posta certificata di Brunetta può provocare dei guai

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La Pec è una trappola, la posta certificata di Brunetta può provocare dei guai

Messaggio  Albatros il Gio Mar 01, 2012 8:37 pm

Giorgio De Rita, direttore di DigitPa, conferma l'altra faccia di uno "strumento potente".

Michela Rossetti
“Un oggetto delicato e uno strumento potente, che bisogna saper usare”: così Giorgio De Rita, direttore generale di DigitPA, l’ente che si occupa di informatica nella Pubblica amministrazione (ex Cnipa) e che ha contribuito al varo della posta certificata, descrive la novità lanciata lunedì scorso dal ministro Renato Brunetta.
La Cec-Pac, che ha il merito di introdurre uno strumento utile nel rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione - risparmiando file e code con l’invio di una mail che ha lo stesso valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno - può rivelarsi, infatti, un boomerang - specie nei casi in cui si ha a che fare con multe e tasse - per chi non ne conosce l’esatto funzionamento.
Non tutti, infatti, sanno che una volta inviata la Pec a una pubblica amministrazione, riceverà tutte le comunicazioni che lo riguardano solo ed esclusivamente attraverso il suo indirizzo elettronico, dimenticandosi per sempre il domicilio fisico.

De Rita, questo sembra uno degli aspetti più “critici”. Se invio una mail certificata ad Equitalia, per fare un esempio, l’ente di riscossione manderà poi tutte le comunicazioni che mi riguardano alla mia casella di posta e non più al mio domicilio “fisico”, via Pincopallo a Roma, mettiamo.
Ma che succede se mi si rompe il computer, o dimentico per qualche mese di consultare il mio indirizzo certificato?
Se l’utente non apre e consulta la sua casella di Posta certificata, non potrà mai dire di non aver ricevuto la comunicazione. Perché fa fede la ricezione del messaggio nella casella, non la sua lettura.
Facciamo un esempio: con la posta tradizionale, quella cartacea, se il postino non mi trova a casa deposita la mia raccomandata all’ufficio postale, dopo di che ho 30 giorni di tempo per andarla a ritirare. Con la Pec è un po’ la stessa cosa: se entro 30 giorni non apro il messaggio è una mia responsabilità. Per la pubblica amministrazione che l’ha inviata la comunicazione risulta ricevuta.

Non crede possa essere un boomerang considerevole per l’utente?
La Pec non poteva essere diversa da così. È il suo punto di forza: eliminare la comunicazione cartacea tra cittadino e pubblica amministrazione, risparmiando tempo e denaro. Poi, certo, l’utente deve sapere che si tratta di un oggetto delicato e molto potente. Che può comportare vantaggi ma anche svantaggi.
Se non si consulta quotidianamente la casella, possono esserci conseguenze evidentemente negative, con multe o cartelle esattoriali non viste. E non escludiamo che alcuni cittadini possano disattivare in seguito la Pec, una decisione che può essere presa in qualunque momento.

Ma non si poteva studiare un sistema diverso? Magari mettendo il cittadino in condizione di scegliere esplicitamente se accettare o meno ogni futura comunicazione solo tramite Pec?
Tecnologicamente era possibile. Ma abbiamo fatto una scelta di campo radicale. Sarebbe stato troppo complesso indicare all’utente tutte le diverse possibilità. Non potevamo consentire di scegliere: a questo indirizzo mi mandi le multe, a quest’altro il certificato elettorale e di nascita. Le possibilità erano troppe.
D’altronde, un cittadino può avere un indirizzo di domicilio e uno di residenza. E anche in questo caso deve scegliere un unico recapito.
Bisogna precisare, poi, che è diponibile la notifica multicanale, cioè la segnalazione tramite Sms dei messaggi ricevuti nella casella di posta.

Sì. Ma a pagamento, come del resto la firma digitale. Non crede che la comunicazione verso i cittadini sia stata carente nell’evidenziare quest’aspetto? Sulla Pec sono state investite diverse energie in interviste, interventi televisivi. Possibile che non si sia trovato il tempo di dire chiaramente che la Pec sotituiva completamente l'indirizzo "fisico" di riferimento?
Posso dire che è fondamentale illustrare tutti i "diritti e doveri" che comporta la Pec. Sulla comunicazione fatta finora, non sono io a poter dare un giudizio.

Un’altra delle critiche alla “Pec di Brunetta” è che - in realtà - non è una vera Pec ma una Cec-Pac, ossia una casella che permette la comunicazione esclusivamente tra cittadino e pubblica amministrazione. E non ad altre caselle certificate come quella del mio avvocato, o la banca. Con il paradosso che per una “comunicazione a tutto campo” dovrò attivare due Pec.
È così. Ma anche in questo caso non potevamo fare diversamente, è stata una scelta voluta.
Non potevamo ignorare che la Pec “nel privato” è uno strumento che esiste da 5 anni. Con 27 fornitori nel mercato. Fornire uno strumento equivalente a titolo gratuito sarebbe stata una scelta non corretta.

Sta dicendo che è un problema di mercato, e che avreste “annullato” i 27 fornitori che forniscono Pec a pagamento?
Avremmo evidentemente avuto una posizione di assoluto dominio. Ma non escludiamo che in futuro si possa uniformare il sistema.

Nel decreto dell’anno scorso che istituisce la Pec nella pubblica amministrazione si legge che è rivolta solo a “cittadini maggiorenni italiani”, escludendo gli stranieri che lavorano e pagano regolarmente le tasse in Italia. Non si poteva studiare una formula diversa?
No. Perché la legge del 2005 che istituisce la Pec dice così. Né noi né Brunetta abbiamo inventato nulla, abbiamo semplicemente dato forza e rivitalizzato uno strumento che già esisteva ma era “abbandonato”.
Stiamo comunque valutando modifiche in questo senso per estendere la Pec anche agli stranieri che soggiornano in Italia.

Un’ultima domanda. Formez-Pa, il centro studi per la pubblica amministrazione, ha evidenziato ad aprile che praticamente tutte le camere di commercio e Regioni hanno attivato la Pec, contro solo il 50 e il 60% di caselle attive nelle Asl e le università, e il 22% dei Comuni.
Quando si prevede di arrivare “a regime” e “coprire” tutte le pubbliche amministrazioni?
Le cose stanno rapidamente cambiando. Il problema è che molte pubbliche amministrazioni la Pec l’hanno attivata, e lo stanno comunicando in questi giorni per poi essere inserite nell’elenco delle caselle postali certificate disponibili.
Questa prima fase si concluderà presto. Poi si aprirà la seconda, ossia una fase di assestamento per usarla correttamente.

Come farà, ad esempio, l’impiegato che riceve la Pec a “girarla” all’ufficio di competenza?
Questo è proprio uno degli aspetti legati all’utilizzo. Le pubbliche amministrazioni dovranno completamente ripensare la propria attività e il rapporto con il cittadino. Anche perché probabilmente aumenterà la mole di lavoro. Si riceveranno mail che denunciano la buca sotto casa, il semaforo rotto, e nessuna di queste richieste potrà essere ignorata o evasa. Perché ha lo stesso valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Ci vorrà del tempo per rendere possibile tutto questo.
L’importante è partire. E dotare i cittadini di uno strumento importante. Se non si inizia non si arriverà mai a regime: bisogna costringere a cambiare, per migliorare il servizio.
Poi, con il tempo, tutto può essere perfezionabile.

Sì, ad esempio inserire quello che fanno tanti cittadini e quasi tutti gli uffici privati quando inviano un messaggio, la richiesta, cioè, che il messaggio sia stato “effettivamente letto”. Troppo difficile per pensarci in tempo?

Fonte: http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?idSezione=6784

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